Sulla crisi, le politiche attuate e prospettive future

Gli interventi da parte degli Enti Sovraordinati in risposta alla crisi non hanno, ancora una volta, tenuto in debito conto le conseguenze di lungo periodo del moral hazard. Tale problema, fondamentale e alla base della crisi corrente, si è ulteriormente ampliato

Le scelte degli agenti economici, nel caso in esame quelle di indebitamento, vengono assunte cercando di anticipare le reazioni degli Enti Sovraordinati, partendo dal presupposto che cattive condizioni economiche spingono le amministrazioni pubbliche ad intervenire in aiuto delle aziende finanziarie e industriali, affinché possano meglio attutire lo shock. D’altronde, interpretando le crisi come riassestamento di disequilibri microeconomici, dovuti a errate valutazioni da parte degli agenti, l’intervento degli Enti ad attutire queste ultime porta sempre e comunque ad un indebolimento della struttura del mercato: tutto ha un costo economico, anche se non tutti i costi sono quantificabili a livello monetario. Per questo, il moral hazard ha avuto un ruolo sempre più importante nelle crisi dell’ultimo decennio, e molto probabilmente ne avrà uno ancora maggiore in quella ventura: in seguito agli interventi di salvataggio del sistema dal collasso, esso ha raggiunto un livello senza precedenti, essendo la politica del too big to fail diventata ufficiale. Nonostante i proclami sul fatto che nessuna impresa dovrebbe essere troppo grande per fallire, i fatti concludenti del mondo politico lasciano intendere il contrario. L’equità all’interno del mercato richiede che le imprese meno competitive falliscano, e la disciplina del mercato stesso richiede che gli Enti Sovraordinati lo garantiscano. La competizione è minata ed inutile qualora esistano una serie di imprese troppo grandi per fallire. I fatti hanno dimostrato che il mercato finanziario, per la sua centralità e importanza per l’economia, non può permettersi di avere al suo interno istituti troppo grandi per fallire. Le banche rimaste, che erano già too big to fail prima dello scoppio della crisi, a seguito delle fusioni e acquisizioni hanno consolidato il loro potere, diventando ancora più grandi, aumentando ancor più il senso di infallibilità.

Gli Enti Sovraordinati hanno ricoperto un ruolo via via sempre più importante nelle crisi economiche dell’ultimo decennio, soprattutto in quest’ultima che, paradossalmente, è invece vista come espressione del decadimento del sistema capitalista da certe correnti di pensiero, mentre per il mondo politico come dovuta a cause esterne alla politica stessa, quale ad esempio la speculazione. Come si è visto, però, molti dei problemi sono derivati da scelte errate da parte degli enti sovraordinati stessi:

  • l’idea che “l’egoismo di proprietari e manager delle istituzioni finanziarie li avrebbe spinti a mantenere un sufficiente cuscinetto contro l’insolvenza, con un monitoraggio attvivo e una buona gestione del rischio delle proprie aziende
  • L’idea che l’egoismo di proprietari e manager delle istituzioni finanziarie li avrebbe spinti a mantenere un sufficiente cuscinetto contro l’insolvenza, con un monitoraggio attvivo e una buona gestione del rischio delle proprie aziende, che ha giustificato la politica, quasi estremista, di assenza di regolazione. Questa credenza, però, è stata inficiata anche e soprattutto dal moral hazard creato dalla stessa banca centrale mediante la Greenspan Put, che ha agito, per riprendere le parole di Greenspan, sull’egoismo di manager e proprietari, “diminuendolo”.
  • laddove la regolamentazione era presente, gli organi preposti al controllo del rispetto delle regole hanno fallito il proprio compito, come la mancata supervisione delle CSE, o lo s In risposta a questo problema, però, il regolatore propone come soluzione maggior regolazione. Ma se il problema riguarda l’applicazione delle regole, sorgono dubbi sull’efficacia di tale soluzione.
  • La mancanza di una politica di gestione della crisi preesistente alla crisi stessa. Quello che la debacle di Lehman Brothers ha insegnato e sottolineato, è la complessità ed imprevedibilità delle risposte del mercato all’intervento statale, che fanno si che anche i migliori propositi possano avere conseguenze assai negative.

Questi errori hanno alla base un problema ideologico, in quanto le scelte che hanno portato alla crisi non furono influenzate da un approccio pragmatico di problem solving, bensì da una sorta di interpretazione estremista e, come i fatti sembrano aver dimostrato, errata del concetto di libero mercato, unita all’arroganza di avere le capacità di poter moderare a piacimento il mercato con la politica monetaria. L’idea che il mercato potesse autoregolarsi, inoltre, presupponeva una il raggiungimento di uno status ideale del mercato stesso. Come nota Hayek parlando di concorrenza perfetta, se ne mancano i requisiti, non è possibile indurre le aziende ad agire come se tal condizioni esistessero (Hayek, 1982, pag. 444). Orbene, non solo mancavano i requisiti per cui il mercato potesse autoregolamentarsi, ma anzi come abbiamo visto gli Enti Sovraordinati, mediante il loro intervento, smantellavano e allontanavano la realtà da tale modello.

Questa crisi ha mostrato come l’interpretazione estrema degli “eredi” di Hayek e Friedman abbia in realtà distrutto la teoria stessa del libero mercato: la libertà contrattuale e d’impresa in assenza di ingerenze statali avrebbe agevolato la crescita economica, in quanto le asimmetrie informative sarebbero state minori, vista la migliore capacità dei privati di gestire ed ottenere informazioni complesse. Fondamentale in questo sistema è la semplicità e comprensibilità dei contratti. Secondo Geldon, però, gli interessi del libero mercato e gli interessi dell’industria non sono coincidenti: l’industria finanziaria ha infatti aumentato deliberatamente la complessità ed opacità dei contratti, creando una asimmetria informativa, che è un fallimento del mercato, il tutto sotto gli occhi accondiscendenti del regolatore. Per evitare problemi futuri bisogna ritornare ad una definizione corretta di libero mercato, che non vuol dire assenza di regole (già Popper vedeva l’anarchismo come esagerazione dell’idea di libertà), come nel mercato dei derivati: il danno da assenza di regolamentazione ha come emblema il caso AIG.

Il libero mercato deve essere inoltre visto come un luogo in cui gli attori economici operino assoggettati alle stesse leggi, quali

  • la competizione: l’oligopolio delle agenzie di rating e la struttura remunerativa sono da intendersi cause fondamentali della crisi.
  • il fallimento: gli agenti economici devono pagare le conseguenze dei propri errori di valutazione, pena, come si è visto, l’accrescimento del moral hazard e, quindi, del rischio.

Il tutto in un contesto in cui gli organi preposti al controllo esercitino il proprio dovere: come gli scandali Enron, Madoff, CSE hanno mostrato, la questione posta da Giovenale su “quis custodiet ipsos custodes?” è ancor’oggi punto focale e chiave di volta del sistema.


Il moral hazard e l’arbitraggio sul capitale minimo

Il sistema internazionale di regolazione bancaria si è dimostrato fallace. La scelta di basare la regolamentazione su sistemi di controllo interno del rischio, partendo dall’ipotesi che l’incentivo ad evitare la bancarotta in un contesto di economicità fosse sufficiente a far si che il rischio si assestasse su livelli prudenziali, si è rivelata un errore. L’ex Governatore della Fed, Alan Greenspan, fu uno dei sostenitori di questo sistema. In questo modello, il compito dell’ente sovraordinato si limitava a far si che le banche si dotassero di un “adeguato” sistema di controllo interno.

Lo stesso Greenspan, di fronte al Congresso, ha ammesso1 che le banche non avevano però preso le sufficienti misure prudenziali che si aspettava attuassero una volta liberate dal vecchio regime. Il sistema di calcolo del rischio, delegato al controllo interno delle banche, e basato su un sistema di “pesi” in base agli asset detenuti, peso determinato dalle valutazioni delle società di rating, si è rivelato pro-ciclico e non verificabile da parte del regolatore: le società di rating, perciò, hanno avuto un ruolo di prim’ordine, lavorando assieme alle banche nel costruire gli strumenti finanziari in modo da far loro ottenere il rating necessario da una parte per essere scambiati2, dall’altra per aggirare i requisiti minimi di capitale3. Calem, Lacour-Little (2001) dimostrano infatti che “[…] le regole attuali possono incoraggiare azioni di arbitraggio sul capitale minimo, tra cui un aumento dell’impiego della cartolarizzazione di titoli con sottostante mutui”. Il conflitto di interessi era particolarmente accentuato anche dal fatto che le società scambiavano una varietà di prodotti e servizi agli stessi cui fornivano il rating, o a cui valutavano i titoli4, e da cui erano quindi pagati (figura). Elsinger fu tra i primi reporter a notare come questa collaborazione “portò a una benevola valutazione dei titoli basati su mutui subprime”, in assenza della quale i vari fondi di investimento “non avrebbero potuto acquistarli a causa dei propri regolamenti”5. In aggiunta, le agenzie procedettero in maniera eccessivamente lenta al downgrading dei titoli collegati al settore immobiliare quando i default cominciarono ad aumentare. Infine, non si può dire che la valutazione fosse derivata da un’analisi approfondita del titolo, vuoi per la scarsità di informazioni disponibili sul sottostante, vuoi per la complessità dei contratti.

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Lo sviluppo e la diffusione delle collaterized debt obligations (CDO) contribuì alla diffusione di questi titoli, anche quelli non garantiti dalle GSE, e al loro utilizzo per ragioni di arbitraggio sul capitale. A complicare la situazione si aggiunse la possibilità di spostare le CDO dal bilancio della banca in una entità ad-hoc, detta special purpose vehicle (SPV)6. La questione del capitale minimo era di primaria importanza per le banche, e “l’arbitraggio sul capitale necessario per competere efficacemente [con le entità non bancarie, quindi non soggette al limite minimo] in attività a basso rischio che sarebbero costrette ad abbandonare a causa dell’eccessivo livello di capitale minimo” (Jones, D 2000). Questa corsa all’arbitraggio sul capitale creò un ulteriore incentivo alle banche di ottenere valutazioni dei titoli più alte da parte delle agenzie di rating. Tra l’altro, il fatto che questi titoli non fossero destinati al mercato, ma fossero detenuti per sottostare a dettami regolatori, non incentivava le agenzie a curarsi della qualità della valutazione. Questo punto è stato sottolineato anche dallo Shadow Regulatory Committee, un gruppo di economisti senza affiliazione che offriva opinioni indipendenti riguardo la regolazione del sistema bancario (SFRC Statement n°160, 2 marzo 2000): “if the primary constituency for new ratings is banks for regulatory purposes rather than investors, standards are likely to deteriorate”.

Kling7 ritiene che l’accordo di Basilea II abbia avuto effetti deleteri. “innanzi tutto, ha consentito alle banche di diminuire il proprio indice di capitale su patrimonio mediante la cartolarizzazione. In secondo luogo, ha incentivato le agenzie di rating a fornire valutazioni eccessivamente ottimistiche riguardo al rischio delle MBS. Infine, ha fatto si che le GSE rispondessero alla spinta competitiva esterna abbassando i propri standard di credito, per mantenere la propria presenza nel mercato. Quindi, la regolamentazione introdotta nel 2002 ha dato il via alla parte conclusiva del boom immobiliare: la diffusione dei titoli originati da enti privati e i prestiti subprime (Kling, 2009, p. 26)”.

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1. “I made a mistake in presuming that the self-interest of organisations, specifically banks and others, was such that they were best capable of protecting their own shareholders”. Greenspan, A., Audizione davanti al Congresso, 23 ottobre 2008.
2. Lucchetti, A., NG Serena, “How Rating Firms’ Calls Fueled Subprime Mess” WSJ, 15 agosto, 2007 http://online.wsj.com/article/SB118714461352698015.html
3. Kling (2009) riporta: “the Basel agreement created an effective 4% capital requirement (2% on Tier1 or equity capital) for all mortgages, regardless of risk. However, for mortgage securities guaranteed by Freddie Mac or Fannie Mae, the capital requirement would have been 1,6% (0,8% tier1). Thus, it was capital-efficient to securitize mortgage loans withe the GSEs”
4. Buiter, W. 2009 “Lessons From the Global Financial Crisis for Regulators and Supervisors”
5. Eisinger, J., “Overrated”, Portfolio, settembre 2007 http://www.portfolio.com/news-markets/national-news/portfolio/2007/08/13/Moody-Ratings-Fiasco
6. La grande diffusione di questi strumenti ha creato il cosiddetto shadow banking system
7. Kling, A. op. cit.

Belluno e i disagi della neve

Prendo spunto da due articoli, questo e questo, usciti sui giornali bellunesi ieri, oltre che da svariati commenti su facebook. In pratica, ha destato indignazione il fatto che l’amministrazione comunale abbia comprato 100 badili per la neve, a disposizione dei cittadini per eventuali necessità.

Le reazioni dei miei concittadini, captate nel mondo virtuale, sono state perlopiù negative. Alcune frasi a caso:

  • i cittadini potrebbero anche asfaltarsi le strade da soli se è per quello
  • ma a cosa serve pagare le tasse se poi i servizi sono self service??????
  • Con le tasse che paghe i dovarie lustrarme anca i zebedei…!!
  • A prescindere dal fatto in sè, risposte come queste dimostrano ancora una volta da una parte come sia carente, nel cittadino medio, una base culturale economica, mentre dall’altra come sia totalmente scomparsa la cultura liberale della responsabilità del cittadino, sostituita da una macabra involuzione di matrice collettivista del “tutto mi è dovuto”.

    Innanzi tutto, contestualizziamo. La città di Belluno è un comune di montagna, per cui “a rischio nevicata”. La gente si è lamentata assai per la poca efficacia del sistema di pulizia delle strade nei giorni di neve anche se, a onor di cronaca, episodi di paralisi come quelli verificati ad esempio a Milano, non si sono visti. A prescindere da questo, è successo che tratti di strada non fossero stati spalati, che marciapiedi non fossero stati puliti, e che la neve fosse “ingrumata” qua e la. Questo è, all’occhio del cittadino, un disservizio. Il problema è che non basta una o due o tre o quattro strade innevate per definire un servizio come non prestato, così come non bastano dieci/cento/mille strade pulite per definirlo prestato. Ma, per il cittadino, il fatto che la strada da lui praticata sia stata, in realtà, impraticabile, è condizione sufficiente per bocciare la qualità di una prestazione. Il problema è che le aspettative dei cittadini non tengono conto dei vincoli imposti dalla scarsità dei mezzi: mezzi-autoveicoli, mezzi-personale, mezzi-budget, etc. Soprattutto il mezzo-budget, meglio chiamato vincolo di bilancio, pare non essere preso per nulla in considerazione dall’utente medio, il quale, quando glielo si fa notare, risponde tendenzialmente con un “io pago le tasse, quindi…”. L’organo politico il quale non fornisca un servizio considerato adeguato, quindi, è trattato come inetto, come se lo facesse apposta a non dare una prestazione di qualità.
    Invece, per la scarsità di risorse, come per tutte le scelte, la gestione dell’emergenza-neve è da considerarsi scelta economica. Che, data la continuità dell’evento, e l’impossibilità di mantenere strade al 100% pulite, comporta necessariamente l’insoddisfazione di una parte dell’utenza. Ad esempio, la notte della Befana ero con un illustre amico, che a fine serata ho accompagnato a casa. Era circa mezzanotte, ed aveva iniziato a nevicare da una mezzora, oltre al fatto che la neve scendeva copiosa, e la strada era alquanto sdrucciolevole anche con le lamellari. Avrebbe avuto senso intervenire con i mezzi? No di certo, perché a) l’utenza serale non è sufficientemente numerosa, b) ora della mattina sarebbe tornata a ricoprire il tutto.
    La scelta di rimandare al mattino, però, ha comunque delle conseguenze, perché la neve si è accumulata, perché i mezzi essendo limitati non possono essere ovunque a pulire (scontato ma spesso dimenticato), etc.
    Insomma, per le questioni di scarsità di cui sopra, comunque la si metta, la neve produrrà sempre e comunque problemi. Ossia, non è possibile ridurre a 0 i disagi. Per cui, la valutazione del successo non può più basarsi su una scala oggettiva (strade praticabili come quando non nevica), ma giocoforza il risultato massimo deve essere riscalato tenendo conto dell’impossibilità di una riuscita del 100% (ovvero, includendo nel processo valutativo la coscienza della necessaria presenza di disagi). Per ovviare ai disagi, ribadisco, sarebbero necessari più mezzi, più uomini e quindi più spesa. Cosa che non porrebbe alcun problema, se non ci fosse il vincolo di bilancio, ossia la scarsità di fondi.

    Tirando le somme, i mezzi sono scarsi, le risorse sono scarse e costose. per questo gli interventi non possono avere copertura del 100%, e le scelte gestionali devono tenere conto anche di questo. quale danno ne è derivato dall’inefficienza? sbattimenti di palle, ritardi etc, ma niente di economicamente rilevante. ha senso mandare in giro gli spalaneve alle 2 di notte di un lunedì sera quando ha iniziato a nevicare a mezzanotte? no, perché l’utenza tra le 2 e 6 non è tale da giustificare migliaia di euro di spesa, che poi continua a nevicare e tutto diventa vano (e sprecato). Accusatemi pure di essere schiavo della moneta, ma se lo fate vi prego di illustrarmi una via alternativa con cui mandare avanti uno stato. Di sicuro non le belle parole.

    L’intervento del Governo ha peggiorato e prolungato la crisi?

    Secondo Taylor (2009) l’incertezza sulle azioni future di governo e banca centrale ha giocato un ruolo fondamentale nell’acuire la crisi: egli prende infatti spunto dallo spread LIBOR-OIS per dimostrare come non sia stato tanto il fallimento di Lehman Brothers in sé a scatenare il panico nei mercati, ma un avvenimento successivo

    Il 23 settembre fu annunciato il Trouble Assets Relief Program (TARP), un piano che stanziava $700 miliardi. L’incertezza sarebbe derivata dal fatto che, come riporta il Prof. Taylor:
    they provided a 3-page draft of legislation, with no mention of oversight and few restrictions on the use. They were questioned intensely in this testimony and the reaction was quite negative, judging by the large volume of critical mail received by many members of the Congress.As shown in the Chart, it was following this tstimony that one really begins to see the criis deepening, as measured by the relentless upward movement in the LIBOR-OIS spread.

    Secondo questa tesi, dunque, non sarebbe stato il fallimento di Lehman Brothers o l’intervento su AIG ad aver influito sul mercato, bensì l’intuizione da parte del pubblico che il piano non fosse stato studiato a fondo, e la comprensione che la situazione economico-finanziaria si trovasse in uno stato ben peggiore di quanto avessero immaginato. L’incertezza sulle future azioni del Governo è stata inoltre ribadita da un sondaggio, nel quale la mancanza di chiarezza nell’implementazione della TARP è stata confermata da circa il 90% delle banche interpellate. L’incremento dello spread LIBOR-OIS è estremamente marcato, come si evince osservandolo nel lungo periodo, il che rafforza la tesi del Prof. Taylor.

    Libor-OIS lungo periodo (HT ft alphaville)

    Libor-OIS lungo periodo (HT ft alphaville)


    Una critica che potrebbe però essere mossa riguarda l’attendibilità del proxy utilizzato, ossia lo spread stesso, come “barometer of fear of banks insolvency”.
    Il London Interbank offer rate (Libor) è l’interesse a cui le banche sono intenzionate a erogare un prestito alle altre banche, dato un termine (3 mesi, 6 mesi..). L’Overnight Index Swap (OIS) è il tasso di interesse su un contratto derivato del tasso overnight utilizzato dalla FED, il Federal Fund Rate, contratto in cui, alla scadenza, le parti si impegnano a pagare la differenza tra il tasso OIS a termine e la media geometrica del Federal Fund Rate nella durata del contratto. L’OIS indica quindi l’aspettativa del mercato riguardo ai movimenti futuri del tasso di riferimento.
    Lo spread tra i due saggi, dunque, va inteso come espressione del rischio percepito dalle banche nel prestare ad altre banche (“premio per il rischio”). Il premio per il rischio tende ad aumentare nei periodi di alta incertezza, come ad esempio durante crisi finanziarie e recessioni, perché caratterizzati dalla “corsa verso la sicurezza” (flight to safety).
    Si può notare come lo spread sia aumentato, dopo un lungo periodo di calma, il 9 agosto 2007. Questo evento è associato alla preoccupazione che i problemi del mercato subprime si stessero diffondendo in tutto il mercato dei mutui ipotecari. Da li, il suo movimento è stato tendenzialmente in aumento, fino al fallimento Lehman Brothers, dopo il quale lo spread è “esploso”.
    Il dubbio che si può sollevare circa l’imputabilità dell’aumento della percezione del rischio alla mancanza di chiarezza da parte del Governo USA, e non al fallimento Lehman Brothers, come dalla tesi del Prof. Taylor, è che il Libor si basa sulle opinioni aggregate delle singole banche, relativamente al prestito interbancario, che non rispecchia necessariamente l’interesse con cui le banche stesse si prestano il denaro. Come infatti nota Sam Jones:

    More to the point, Libor is calculated from an aggregate of individual banks’ guesses as to what rate at which other banks are likely to lend to them. Libor is a proxy metric.

    Infatti, all’indomani del collasso Lehman Brothers, ci si può razionalmente aspettare che vi sia da attendere un certo lasso di tempo per vederne la realizzazione sul Libor: nessuna banca vorrebbe essere la prima ad alzare la richiesta, per non sembrare la prossima a cadere. Ulteriori prove a favore di questa argomentazione sono riportate dal Wall Street Journal

    “Earlier this year, Libor appeared to be sending false signals. Banks complained to the BBA that rival banks might not be reporting their true borrowing costs because they didn’t want to admit that others were treating them as if they had troubles. That led to a BBA review and the pledge that the rates banks contribute would be better policed.”

    Questo comportamento è ravvisabile anche nell’utilizzo della discount window presso la FED, l’accesso alla quale è visto come sinonimo di stato di necessità, timore che ne ha limitato abbondantemente la diffusione.
    Ad ogni modo, questa interpretazione psicologica non spiega sufficientemente il perché del lasso di tempo tra il fallimento e il suo effetto sul mercato. Più utile, a questo proposito, pare essere l’osservare la variazione delle riserve detenute presso la FED. Se si guarda la base monetaria, si può notare come nei giorni seguenti al collasso di Lehman Brothers le banche hanno raddoppiato la quantità di riserve presso la Banca Centrale.

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    Stando a queste figure, pare che il collasso del mercato interbancario sia avvenuto subito dopo il fallimento di Lehman Brothers, anche se tale collasso non è stato colto immediatamente dal Libor.
    Imputare l’esplosione del credit crunch direttamente al fallimento Lehman o alla mancata chiarezza, ad ogni modo, è un fatto meramente accademico. Senza dubbio entrambi i fattori hanno avuto un ruolo preminente nel gettare panico nei mercati finanziari. Il salvataggio di Lehman avrebbe evitato il manifestarsi della crisi? Gapper, sul Financial Times, afferma:

    I’m not convinced that, even if Lehman had been rescued, that would have averted the problem since the weight of selling and panic would have moved on to the next financial institution and then the next. So the world would probably have ended up in the same position it is in today, with a broad financial sector bail-out.

    La posizione è condivisibile. D’altronde, se si accetta la tesi che imputa al salvataggio di Bear Stearns l’origine dell’eccessiva fiducia, da parte del settore finanziario, di un intervento governativo in caso di necessità da parte di un istituto finanziario in difficoltà, è razionale ritenere che un secondo salvataggio avrebbe rafforzato ancor di più questa idea di sicurezza, incentivando la propensione al rischio e, per quanto possibile, aumentando quel “moltiplicatore del panico” che ha amplificato le ripercussioni sui mercati finanziari. La situazione era dunque destinata, prima o poi, a peggiorare. Ancora una volta pare che l’Ente Sovraordinato, nel non dimostrarsi coerente a livello decisionale, abbia aiutato la situazione a peggiorare.

    Su Dubai, la Commercial Real Estate Bubble e moral hazard

    Commercial Real Estate Is a ‘Time Bomb,’ Maloney Says”,on July 9th 2009 on Bloomberg
    “The $3.5 trillion commercial real estate market is a ticking ”time bomb” that may lead to a second wave of losses at large U.S. banks, congressional Joint Economic Committee Chairwoman Carolyn Maloney said. About $700 billion in commercial mortgages will need to be refinanced before the end of 2010 and ”doing nothing is not an option,” Maloney, a New York Democrat, said at a committee hearing today. This ”looming crisis” may lead to significant losses for banks, force shopping center and hotel owners into bankruptcy, and impede economic recovery, she said.
    The response by banks to this ”growing threat has been slow and inadequate,” said James Helsel, a partner at RSR Realtors in Harrisburg, Pennsylvania, and treasurer for the National Association of Realtors. ”The lack of liquidity and banks’ reluctance to extend lending are also becoming apparent in the increasing level of delinquent properties.” “

    Come scrive il Nobel Paul Krugman, la situazione di Dubai può essere inserita in un triplice contesto: 1) l’inizio di una serie di default sui fondi sovrani, 2) lo scoppio della bomba ad olorogeria di qui sopra in versione Dubai, 3) un problema sui generis del solo Dubai.
    Egli, supportato da Calculated Risk, pensa a una combinazione dei punti 2 e 3.
    Willem Biuter suggerisce di non procedere ad un salvataggio dei creditori: Dubai World e Nakheel, pur essendo controllati dallo stato, sono società private, e il loro debito non rientra nella categoria di debito sovrano, o a garanzia statale. Come scrive, “The government of Dubai is under no legal or moral obligation to provide an ex-post guarantee of the debts of the Dubai World Group and Nakheel. The creditors will have to manage this contingency the way God meant them to: hoping for the best, but living with the restructuring and taking their losses.”
    L’approccio di Buiter è condivisibile, in quanto favorisce la stabilità di lungo periodo diminuendo il moral hazard.
    Come riporta infatti Bloomberg: “The request could also suggest that Abu Dhabi and Dubai have decided to seek to bolster long-term confidence in the market by forcing weaker parts of government businesses to take responsibility for bad decisions and could involve defaults at some Dubai firms”.

    Dato che l’eventuale fallimento di queste società non comporterebbe alcun aumento del rischio sistemico (Krugman nota che “US bond prices are up right now, suggesting that the Dubai thing hasn’t raised expectations of default.), non avrebbe senso aumentare la fragilità di lungo periodo dei mercati stimolando ancor più l’idea del too big to fail: a far questo basta già la FED e il governo Obama.