Gli interventi da parte degli Enti Sovraordinati in risposta alla crisi non hanno, ancora una volta, tenuto in debito conto le conseguenze di lungo periodo del moral hazard. Tale problema, fondamentale e alla base della crisi corrente, si è ulteriormente ampliato
Le scelte degli agenti economici, nel caso in esame quelle di indebitamento, vengono assunte cercando di anticipare le reazioni degli Enti Sovraordinati, partendo dal presupposto che cattive condizioni economiche spingono le amministrazioni pubbliche ad intervenire in aiuto delle aziende finanziarie e industriali, affinché possano meglio attutire lo shock. D’altronde, interpretando le crisi come riassestamento di disequilibri microeconomici, dovuti a errate valutazioni da parte degli agenti, l’intervento degli Enti ad attutire queste ultime porta sempre e comunque ad un indebolimento della struttura del mercato: tutto ha un costo economico, anche se non tutti i costi sono quantificabili a livello monetario. Per questo, il moral hazard ha avuto un ruolo sempre più importante nelle crisi dell’ultimo decennio, e molto probabilmente ne avrà uno ancora maggiore in quella ventura: in seguito agli interventi di salvataggio del sistema dal collasso, esso ha raggiunto un livello senza precedenti, essendo la politica del too big to fail diventata ufficiale. Nonostante i proclami sul fatto che nessuna impresa dovrebbe essere troppo grande per fallire, i fatti concludenti del mondo politico lasciano intendere il contrario. L’equità all’interno del mercato richiede che le imprese meno competitive falliscano, e la disciplina del mercato stesso richiede che gli Enti Sovraordinati lo garantiscano. La competizione è minata ed inutile qualora esistano una serie di imprese troppo grandi per fallire. I fatti hanno dimostrato che il mercato finanziario, per la sua centralità e importanza per l’economia, non può permettersi di avere al suo interno istituti troppo grandi per fallire. Le banche rimaste, che erano già too big to fail prima dello scoppio della crisi, a seguito delle fusioni e acquisizioni hanno consolidato il loro potere, diventando ancora più grandi, aumentando ancor più il senso di infallibilità.
Gli Enti Sovraordinati hanno ricoperto un ruolo via via sempre più importante nelle crisi economiche dell’ultimo decennio, soprattutto in quest’ultima che, paradossalmente, è invece vista come espressione del decadimento del sistema capitalista da certe correnti di pensiero, mentre per il mondo politico come dovuta a cause esterne alla politica stessa, quale ad esempio la speculazione. Come si è visto, però, molti dei problemi sono derivati da scelte errate da parte degli enti sovraordinati stessi:
- l’idea che “l’egoismo di proprietari e manager delle istituzioni finanziarie li avrebbe spinti a mantenere un sufficiente cuscinetto contro l’insolvenza, con un monitoraggio attvivo e una buona gestione del rischio delle proprie aziende
- L’idea che l’egoismo di proprietari e manager delle istituzioni finanziarie li avrebbe spinti a mantenere un sufficiente cuscinetto contro l’insolvenza, con un monitoraggio attvivo e una buona gestione del rischio delle proprie aziende, che ha giustificato la politica, quasi estremista, di assenza di regolazione. Questa credenza, però, è stata inficiata anche e soprattutto dal moral hazard creato dalla stessa banca centrale mediante la Greenspan Put, che ha agito, per riprendere le parole di Greenspan, sull’egoismo di manager e proprietari, “diminuendolo”.
- laddove la regolamentazione era presente, gli organi preposti al controllo del rispetto delle regole hanno fallito il proprio compito, come la mancata supervisione delle CSE, o lo s In risposta a questo problema, però, il regolatore propone come soluzione maggior regolazione. Ma se il problema riguarda l’applicazione delle regole, sorgono dubbi sull’efficacia di tale soluzione.
- La mancanza di una politica di gestione della crisi preesistente alla crisi stessa. Quello che la debacle di Lehman Brothers ha insegnato e sottolineato, è la complessità ed imprevedibilità delle risposte del mercato all’intervento statale, che fanno si che anche i migliori propositi possano avere conseguenze assai negative.
Questi errori hanno alla base un problema ideologico, in quanto le scelte che hanno portato alla crisi non furono influenzate da un approccio pragmatico di problem solving, bensì da una sorta di interpretazione estremista e, come i fatti sembrano aver dimostrato, errata del concetto di libero mercato, unita all’arroganza di avere le capacità di poter moderare a piacimento il mercato con la politica monetaria. L’idea che il mercato potesse autoregolarsi, inoltre, presupponeva una il raggiungimento di uno status ideale del mercato stesso. Come nota Hayek parlando di concorrenza perfetta, se ne mancano i requisiti, non è possibile indurre le aziende ad agire come se tal condizioni esistessero (Hayek, 1982, pag. 444). Orbene, non solo mancavano i requisiti per cui il mercato potesse autoregolamentarsi, ma anzi come abbiamo visto gli Enti Sovraordinati, mediante il loro intervento, smantellavano e allontanavano la realtà da tale modello.
Questa crisi ha mostrato come l’interpretazione estrema degli “eredi” di Hayek e Friedman abbia in realtà distrutto la teoria stessa del libero mercato: la libertà contrattuale e d’impresa in assenza di ingerenze statali avrebbe agevolato la crescita economica, in quanto le asimmetrie informative sarebbero state minori, vista la migliore capacità dei privati di gestire ed ottenere informazioni complesse. Fondamentale in questo sistema è la semplicità e comprensibilità dei contratti. Secondo Geldon, però, gli interessi del libero mercato e gli interessi dell’industria non sono coincidenti: l’industria finanziaria ha infatti aumentato deliberatamente la complessità ed opacità dei contratti, creando una asimmetria informativa, che è un fallimento del mercato, il tutto sotto gli occhi accondiscendenti del regolatore. Per evitare problemi futuri bisogna ritornare ad una definizione corretta di libero mercato, che non vuol dire assenza di regole (già Popper vedeva l’anarchismo come esagerazione dell’idea di libertà), come nel mercato dei derivati: il danno da assenza di regolamentazione ha come emblema il caso AIG.
Il libero mercato deve essere inoltre visto come un luogo in cui gli attori economici operino assoggettati alle stesse leggi, quali
- la competizione: l’oligopolio delle agenzie di rating e la struttura remunerativa sono da intendersi cause fondamentali della crisi.
- il fallimento: gli agenti economici devono pagare le conseguenze dei propri errori di valutazione, pena, come si è visto, l’accrescimento del moral hazard e, quindi, del rischio.
Il tutto in un contesto in cui gli organi preposti al controllo esercitino il proprio dovere: come gli scandali Enron, Madoff, CSE hanno mostrato, la questione posta da Giovenale su “quis custodiet ipsos custodes?” è ancor’oggi punto focale e chiave di volta del sistema.



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