Questa domanda mi frulla nel cervello da qualche settimana a sta parte. Causa, come ho avuto modo di accennare in un post precedente, è la lettura di scritti di appartenenti a questa scuola di pensiero economico. Non ho letto molto, ho sleggiucchiato qua e la, sia ben chiaro, posso (anzi, di sicuro ho) aver frainteso alcuni ragionamenti ma, soprattutto vedendo la situazione italiana, pian pianino in me sta avvenendo una apertura nei confronti di questa filosofia politica. Sia ben chiaro, ho detto apertura, non è che domani mi metto a piazzare bombe in giro!
Limitatamente all’aspetto economico, un abbozzo di semi-risposta m’è venuta in mente pensando all’economia del benessere. Mi scuso in anticipo per la banalità del discorso!
In linea di principio, si ritiene che il mercato capitalista arricchisca sempre più chi è già ricco, e impoverisca sempre più chi è già povero.
Questa linea di pensiero prende un pò troppo alla lettera il teorema del benessere. Facendo un super riassunto, si può dire che lo scambio avviene per aumentare il proprio benessere: mi manca qualcosa, cedo qualcosa di mio per averla. Se siamo due persone, ad esempio, con due beni, ci scambieremo questi beni in relazione alle nostre esigenze. Arriverà però un momento in cui queste varie allocazioni reciproche non saranno più possibili, perché si ha raggiunto il punto di massimo benessere possibile, date le nostre dotazioni iniziali di beni e i nostri vincoli di bilancio (i soldi che possiamo spendere). Questo caso è detto di ottimo paretiano: non si può migliorare il benessere di uno degli individui senza toglierne ad un altro. Il problema è che l’efficienza non tiene conto dell’equità: anche il caso in cui io abbia tutti i beni e l’altro nessuno è un ottimo paretiano (poiché infatti non si da nulla per nulla, io non cederò una unità di bene in cambio di nulla). Ulteriore problema è che questo punto di ottimo paretiano dipende dalle dotazioni iniziali di beni. Se io ho tanto inizialmente, avrò tanto anche alla fine. Come si risolve il problema dell’equità? Be’, qua interviene lo stato, che a mò di robin hood toglie ai ricchi per dare ai poveri, ri-allocando le risorse.
E che c’è di male? Assolutamente nulla… a livello teorico. Il fatto è che, credo, si commettono almeno due errori.
Il primo è ritenere il mercato efficiente. Sappiamo che un mercato in concorrenza perfetta, sotto determinate ipotesi, è efficiente. Ora, queste ipotesi sono abbastanza forti, e non tengono conto di “piccoli” problemi quali le asimmetrie informative, il rischio e l’incertezza. La sola presenza di questi disturbi, fa modificare in maniera non misurabile tutto l’apparato teorico. Soprattutto, credo, su temi fondamentali, come la centralità delle dotazioni iniziali sul risultato finale e, conseguentemente, sulla primaria necessità riallocativa. Se infatti l’incertezza, il rischio, ecc, rendono meno roseo e sicuro il futuro, inserendo la possibilità di sbagliare nonostante ingenti dotazioni iniziali, ne consegue quella che può essere chiamata (almeno, mi viene da chiamarla così) “maggior efficienza derivante dall’inefficienza (paretiana) del mercato”, ossia una capacità di riallocare le risorse interna al mercato stesso. Se il mio investimento va male, perdo, ma qualcun altro guadagna. Si ha quindi una riallocazione delle risorse anche senza lo stato.
Qualcuno può obiettare che è possibile premunirsi contro l’incertezza, mediante ad esempio assicurazioni o contratti ad hoc. Però ricordiamo la distinzione che c’è tra rischio e incertezza, (leggasi Frank Knight), e che solo il primo è relativamente contrastabile.
Un secondo errore è ritenere lo stato capace di sopperire alle carenze allocative del mercato, e di riallocare efficacemente le risorse.
Se infatti le “regole auree” dell’efficienza del mercato vengono meno, abbiamo detto, si creano problemi quali asimmetrie informative, incertezza, etc. Cose c’è dunque di più pericoloso, dell’intervento di un agente esterno al mercato, che lo vada ad influenzare, intervenendo con posizioni soggettive? La fallacità di un ente umano esterno al mercato, che opera in condizioni di incertezza su incertezza, non può che creare e alimentare scompensi all’interno del mercato stesso. Il fallimento delle politiche socialiste (in senso lato) è evidente, in quanto alla lunga inefficaci, oltre che inefficienti. A titolo d’esempio, perché, ipotizzata la disponibilità reddituale, si preferirebbe recarsi presso una clinica privata, piuttosto che un ospedale statale? O ancora, perché si sta assistendo sempre più a privatizzazioni di enti/servizi statali?
Il mezzo migliore per capire le necessità degli individui è il meccanismo dei prezzi e del mercato, perché per natura è formato dalle scelte e decisioni degli uomini. Hayek ha spiegato benissimo il ruolo del sistema dei prezzi, e al momento (dato il poco che ho letto), mi sembra abbia ragione (dopotutto, a lui hanno dato il nobel, a me il mongolino d’oro… chi son io per dargli torto?
).
Ma l’intervento statale nel mercato cosa fa? Con la scusa della redistribuzione, crea ancora più scompiglio, andando ad influire sui prezzi. Aumentando rischio, incertezza, ecc.
Ma l’invettiva (ormai ha preso questa forma… non ci posso fare nulla
) nei confronti dello stato non finisce qui. Lo stato ha altri problemi, che incidono pesantemente sul mercato, perché toccano le modalità di influenza dello stesso, e sono problemi immanenti in ogni ente sovraordinato, in quanto propri dell’uomo. Tali problemi possono essere il moral hazard, o il conflitto di interessi, e chi più ne ha più ne metta. Basta vedere l’Italia in che condizioni versa. Se si riducesse l’apporto e l’incidenza dello stato a poche funzioni vitali, lasciando il resto al mercato, questi problemi diminuirebbero drasticamente, e conseguentemente il mercato stesso migliorerebbe, in quanto scevro da influenze esterne nocive, soprattutto se malintenzionate.
Io non dico di eliminare totalmente lo stato, come molti anarco-capitalisti propongono. Credo infatti che un minimo debba esserci. Ma quali compiti dovrebbe avere? Credo che si dovrebbe limitare a preparare il campo per l’attività economica, con investimenti quali strade, vie di comunicazione, per non parlare della vigilanza sulla corretta gestione dell’attività economica stessa. Inoltre dovrebbe garantire che alcuni servizi essenziali siano alla portata di tutti: penso ad esempio alla sanità, mediante un sistema di sussidi per gli interventi dei meno abbienti. E’ però solo un esempio venutomi al momento.
Insomma, credo che lo stato, così com’è in Italia e nel mondo oggidì, sia un male. Ma credo sia normale, in quanto formato da uomini. Credo sia necessario limitare il più possibile il suo potere, fino ad un livello di nocività relativamente bassa. Ma credo che tornerò a parlarne, al riguardo. Questi sono pensieri grezzi e non più di tanto ragionati, ma da qualcosa dovrò pur partire no?
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