Continuiamo la serie di post-vaccata sulla contabilità.
L’attività di produzione economica aziendale, per (tra l’altro) motivi di informativa, è artificialmente suddivisa in intervalli di tempo, periodi amministrativi. Va da se che in realtà la vita aziendale è in realtà continuata; questa fictio fa sorgere da una parte, quella conoscitiva, una semplificazione (dacché riusciamo ad ottenere informazioni “intermedie” in senso temporale), dall’altra corrisponde ad un necessario venir meno della caratteristica dell’oggettività, propria dello scambio monetario: le quantità economiche altro non sarebbero che espressione di accadimenti economici storicamente avvenuti, la cui grandezza monetaria movimentata può essere definita certa/vera; ed il fatto che, come nella regolamentazione differita, possa passare del tempo tra il manifestarsi dell’accadimento di scambio monetario e l’accadimento di movimentazione monetaria dello scambio oppure il fatto che operazioni possano avere manifestazione temporale tra due o più periodi, rende necessario entrare in un ambito di discrezionalità.
In questo sistema di conoscenze, non più di valori certi ed obiettivi, subentrano prepotentemente anche le stime di grandezze che caratterizzano la movimentazione monetaria futura. E proprio perché si tratta di valutazioni a-prioristiche di eventi che avranno manifestazione successiva, saranno sottoposte a comparazione al momento della realizzazione di questa manifestazione. In parole povere, pur avendo applicato soggettività riguardo un valore, quando si parla di stime tale soggettività verrà meno, ritornando in un ambito oggettivo-reale, al momento del manifestarsi di quanto stimato.
L’introduzione del periodo amministrativo, inoltre, porta un ulteriore problema: ossia il dover adeguare il sistema delle quantità economiche ad una frazione (il periodo, appunto) del sistema temporale di riferimento (che è quello reale, il mondo dove “tutto scorre”).
Per ciò può accadere (e ciò accade assai di sovente) che una data quantità economica, espressione di un bene, non abbia una “vita” simmetrica all’intervallo noto come peiodo amministrativo, ma lo travalichi. Per rendere comparabile al periodo un valore riferito ad un arco temporale diverso, occorre dunque scindere in quote-parti tale valore. Paradossalmente, questa scissione da una parte è necessaria per ottenere una conoscenza attendibile del divenire economico d’impresa, ma dall’altra rende spurio il sistema delle quantità economiche d’azienda con un carattere di soggettività, il quale mai più sarà verificabile in quanto a correttezza puntuale, poiché tale congettura non sarà mai riscontrabile, contrariamente per quanto riguardava le stime.
Detto ciò, possiamo derivare che l’unico modo per giungere perfettamente al sistema delle quantità economiche è al termine della vita aziendale, ossia conclusisi i processi, ovvero quando è possibile non ricorrere ad elementi valutativi prettamente soggettivi quali stime e congetture. Da qui, per induzione, si può capire che l’unico modo per poter giungere ad una conoscenza critica ancorché credibile ed affidabile (ma non puntuale) del divenire economico dell’impresa (in itinere), è integrando il sistema delle quantità economiche con le valutazioni di stime e congetture.
Il sistema così creato prende nome di sistema dei valori in unità economica relativa, che è si specchio della realtà economica, ma tenuto conto della relatività rispetto alle valutazioni, stime e congetture, affatto soggettive.
Tenendo conto di ciò, possiamo far notare come rispetto al sistema delle quantità economiche, il sistema dei valori in unità economica relativa presenta valori, esito di stime e congetture, di carattere qualitativo e non meramente quantitativo come il sistema delle quantità economiche*.
* Per questo, quando si parla dei valori del conto economico, è errato chiamarli “costi” e “ricavi”: la terminologia più corretta sarebbe “componenti positivi/negativi di reddito”.
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