Nel post precedente ho evidenziato come la Quantitative Easing Policy (QEP) nel caso Giapponese sia a grandi linee definibile come una espansione del bilancio della Banca Centrale Giapponese (BOJ) dal lato delle passività superiore a quella che sarebbe stata necessaria per mantenere il tasso di interesse target allo 0%, mediante l’incremento della Base Monetaria ottenuto tramite l’aumento delle riserve detenute presso di se dalle banche, il tutto mantenendo pressocché invariata la composizione qualitativa, rischio e liquidità, dell’attivo.
Questo ha introdotto una innovazione nella politica monetaria, in quanto ha spostato l’attenzione dal tasso di interesse, che essendo già attorno allo 0% non forniva più strumenti d’azione, alle riserve detenute. Per dare una idea dell’aumento, la BOJ ha inizialmente fissato come quantità di riserva target 5000 miliardi di Yen, 1000 miliardi in più della riserva obbligatoria. La quantità target è stata via via innalzata fino a 35.000 miliardi di Yen.
Ricordo i tre “pilastri” della QEP Giapponese:
- spostare l’attenzione dal tasso di interesse nominale alle riserve
- Mantenere la QEP fino alla fine del periodo deflativo, ossia fino a quando il CPI (core price index) non fosse tornato stabilmente a 0% o ad un aumento di anno in anno.
- aumentare l’acquisto di bond a lunga durata emessi dal governo, se ritenuto necessario per ottenere la quantità di riserva target
La domanda che ci si pone da un post e mezzo, cui ancora non ho dato risposta, è a che pro questa politica?
Lo scopo è tendenzialmente l’abbassamento del tasso di interesse dei titoli statali di durata superiore all’overnight, così da influenzare (in questo caso abbassare) il tasso di interesse dei titoli a lunga durata. Infatti, il rendimento (o tasso di interesse) dei titoli a lunga durata dipende dal rendimento dei titoli a breve, oltre che dalle aspettative economiche. Infatti la variazione del tasso di interesse da breve a lungo può essere facilmente costruito. Il cammino del tasso di interesse dal breve al lungo periodo è detta curva dei rendimenti.
La BOJ, tenendo il tasso di interesse di breve allo 0% (punto 1), e impegnandosi a mantenerlo a tale livello per unlungo periodo di tempo (punto 2), lavora sulle aspettative degli agenti economici che, qualora credano sia al punto 1 che al punto 2, penseranno che anche il tasso di interesse di lungo si abbasserà. Perché? Perché, come detto, esso dipende dal livello del tasso di interesse di breve (che è 0%), e dal fatto che la gente CREDA (o SI ASPETTI) che rimanga tale.
Una mano ad abbassare il tasso a lungo lo da l’acquisto di bond a lungo periodo (punto 3). Perché? Perché se la Banca acquista tanti titoli emessi sul mercato, ce ne saranno meno a disposizione degli investitori privati. Essendocene meno, per la basica relazione tra domanda e offerta, il loro prezzo salirà. Ma, poiché il prezzo sale, il loro rendimento dovrà scendere.
Ricapitolando, i punti 1, 2 e 3 hanno come fine l’appiattimento della curva dei rendimenti, ossia un abbassamento del tasso di interesse.
Sembra abbastanza accettato dagli studi usciti che l’effetto di abbassamento della curva ci sia stato. Il fatto che il lavorare sulle aspettative e l’acquisto di titoli a lungo periodo sia avvenuto pressocché sempre in simultanea rende difficile individuare l’incidenza delle due operazioni sul raggiungimento del risultato.
Sembra inoltre che abbia avuto successo nel prevenire un ulteriore deterioramento dell’economia giapponese, anche se l’effetto sulla domanda aggregata (la domanda di beni e servizi) e sui prezzi è stato davvero limitato.
Insomma, a tutt’oggi non si sa se tale politica funzioni o meno: c’è ancora dibattito. La cosa non è di poco conto, visto che la QEP è utilizzata al momento dalla FED per contrastare la crisi, come vedremo con (tra l’altro) la differenza di focalizzarsi sull’attivo, e non sul passivo, del bilancio.
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