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Il moral hazard e l’arbitraggio sul capitale minimo

Il sistema internazionale di regolazione bancaria si è dimostrato fallace. La scelta di basare la regolamentazione su sistemi di controllo interno del rischio, partendo dall’ipotesi che l’incentivo ad evitare la bancarotta in un contesto di economicità fosse sufficiente a far si che il rischio si assestasse su livelli prudenziali, si è rivelata un errore. L’ex Governatore della Fed, Alan Greenspan, fu uno dei sostenitori di questo sistema. In questo modello, il compito dell’ente sovraordinato si limitava a far si che le banche si dotassero di un “adeguato” sistema di controllo interno.

Lo stesso Greenspan, di fronte al Congresso, ha ammesso1 che le banche non avevano però preso le sufficienti misure prudenziali che si aspettava attuassero una volta liberate dal vecchio regime. Il sistema di calcolo del rischio, delegato al controllo interno delle banche, e basato su un sistema di “pesi” in base agli asset detenuti, peso determinato dalle valutazioni delle società di rating, si è rivelato pro-ciclico e non verificabile da parte del regolatore: le società di rating, perciò, hanno avuto un ruolo di prim’ordine, lavorando assieme alle banche nel costruire gli strumenti finanziari in modo da far loro ottenere il rating necessario da una parte per essere scambiati2, dall’altra per aggirare i requisiti minimi di capitale3. Calem, Lacour-Little (2001) dimostrano infatti che “[…] le regole attuali possono incoraggiare azioni di arbitraggio sul capitale minimo, tra cui un aumento dell’impiego della cartolarizzazione di titoli con sottostante mutui”. Il conflitto di interessi era particolarmente accentuato anche dal fatto che le società scambiavano una varietà di prodotti e servizi agli stessi cui fornivano il rating, o a cui valutavano i titoli4, e da cui erano quindi pagati (figura). Elsinger fu tra i primi reporter a notare come questa collaborazione “portò a una benevola valutazione dei titoli basati su mutui subprime”, in assenza della quale i vari fondi di investimento “non avrebbero potuto acquistarli a causa dei propri regolamenti”5. In aggiunta, le agenzie procedettero in maniera eccessivamente lenta al downgrading dei titoli collegati al settore immobiliare quando i default cominciarono ad aumentare. Infine, non si può dire che la valutazione fosse derivata da un’analisi approfondita del titolo, vuoi per la scarsità di informazioni disponibili sul sottostante, vuoi per la complessità dei contratti.

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Lo sviluppo e la diffusione delle collaterized debt obligations (CDO) contribuì alla diffusione di questi titoli, anche quelli non garantiti dalle GSE, e al loro utilizzo per ragioni di arbitraggio sul capitale. A complicare la situazione si aggiunse la possibilità di spostare le CDO dal bilancio della banca in una entità ad-hoc, detta special purpose vehicle (SPV)6. La questione del capitale minimo era di primaria importanza per le banche, e “l’arbitraggio sul capitale necessario per competere efficacemente [con le entità non bancarie, quindi non soggette al limite minimo] in attività a basso rischio che sarebbero costrette ad abbandonare a causa dell’eccessivo livello di capitale minimo” (Jones, D 2000). Questa corsa all’arbitraggio sul capitale creò un ulteriore incentivo alle banche di ottenere valutazioni dei titoli più alte da parte delle agenzie di rating. Tra l’altro, il fatto che questi titoli non fossero destinati al mercato, ma fossero detenuti per sottostare a dettami regolatori, non incentivava le agenzie a curarsi della qualità della valutazione. Questo punto è stato sottolineato anche dallo Shadow Regulatory Committee, un gruppo di economisti senza affiliazione che offriva opinioni indipendenti riguardo la regolazione del sistema bancario (SFRC Statement n°160, 2 marzo 2000): “if the primary constituency for new ratings is banks for regulatory purposes rather than investors, standards are likely to deteriorate”.

Kling7 ritiene che l’accordo di Basilea II abbia avuto effetti deleteri. “innanzi tutto, ha consentito alle banche di diminuire il proprio indice di capitale su patrimonio mediante la cartolarizzazione. In secondo luogo, ha incentivato le agenzie di rating a fornire valutazioni eccessivamente ottimistiche riguardo al rischio delle MBS. Infine, ha fatto si che le GSE rispondessero alla spinta competitiva esterna abbassando i propri standard di credito, per mantenere la propria presenza nel mercato. Quindi, la regolamentazione introdotta nel 2002 ha dato il via alla parte conclusiva del boom immobiliare: la diffusione dei titoli originati da enti privati e i prestiti subprime (Kling, 2009, p. 26)”.

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1. “I made a mistake in presuming that the self-interest of organisations, specifically banks and others, was such that they were best capable of protecting their own shareholders”. Greenspan, A., Audizione davanti al Congresso, 23 ottobre 2008.
2. Lucchetti, A., NG Serena, “How Rating Firms’ Calls Fueled Subprime Mess” WSJ, 15 agosto, 2007 http://online.wsj.com/article/SB118714461352698015.html
3. Kling (2009) riporta: “the Basel agreement created an effective 4% capital requirement (2% on Tier1 or equity capital) for all mortgages, regardless of risk. However, for mortgage securities guaranteed by Freddie Mac or Fannie Mae, the capital requirement would have been 1,6% (0,8% tier1). Thus, it was capital-efficient to securitize mortgage loans withe the GSEs”
4. Buiter, W. 2009 “Lessons From the Global Financial Crisis for Regulators and Supervisors”
5. Eisinger, J., “Overrated”, Portfolio, settembre 2007 http://www.portfolio.com/news-markets/national-news/portfolio/2007/08/13/Moody-Ratings-Fiasco
6. La grande diffusione di questi strumenti ha creato il cosiddetto shadow banking system
7. Kling, A. op. cit.