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Contro il protezionismo

Qui di seguito incollo una mail che ho scritto a un giornale locale, in risposta a una lettera di un signore che accusava i sindacati di “non aver aiutato Bossi quando diceva mettiamo i dazi sulla merce che arriva dall’Asia”, e “Non possiamo fare concorenza a Paesi dove lavorano bambini e carcerati,[...], blocchiamola questa importazione”

Il signor XXX sbaglia nel ritenere i dazi sulle esportazioni cinesi una soluzione alla crisi. Lo pensava anche il Presidente USA Hoover quando varò una serie di misure protezionistiche per contrastare la crisi del ‘29, tra cui lo Smoot-Hawley Act del ‘30, con cui aumentò le tariffe doganali. Questa illuminazione innestò una spirale di protezionismo globale che aggravò la grande depressione, gettando le basi per la seconda guerra mondiale. Lungi dall’affermare che tale politica, qualora attuata dall’Italia, possa avere un effetto lontanamente paragonabile, dato il rachitismo della nostra economia (precisiamo che abbiamo sorpassato l’Inghilterra grazie alla svalutazione della Sterlina, quindi in termini nominali, non reali), é bene comunque ricordare come il protezionismo sia una politica che sussidia i produttori a danno del consumatore (si rendono più costosi i beni importati), e che danneggia l’industria stessa (pensiamo ai produttori di semilavorati), diminuisce l’efficienza e l’innovazione economica. E’ un caso che i regimi totalitari abbiano assunto posizioni protezioniste?
Inoltre, con che coscienza possiamo accusare i paesi emergenti dell’impiego di donne o bambini per la produzione, essendo questa una pratica che ha contribuito enormemente alla manifattura della fù Serenissima fino al 1800, mentre il lavoro domestico delle donne (perlopiù in nero) é stato alla base del “nord est che produce”? Se anche fossimo “puliti”, e per assurdo i dazi non ci danneggiassero, ciò limiterebbe la produzione cinese, e quei lavoratori sfruttati si troverebbero senza lavoro. Non penso che ci ringrazierebbero per averli salvati dalla “schiavitù”. Smettiamo di mascherare la nostra paura della competizione con falso moralismo, rimbocchiamoci le maniche e accettiamo la sfida globale. La stessa sfida che ci ha visti vincenti negli anni ‘60 e ‘70. Lasciando però il protezionismo nel capitolo “Cause della Crisi” nei libri di storia economica.

L’informarsi é il primo diritto-dovere dei cittadini, non il voto

Sulla Libertarian Wave di google wave (si, sono un nerd, lo so), un tizio ha domandato ad un altro, in risposta ad un suo blip di un altro waver (il quale ha affermato “I don’t actively participate in the policitcal system/process but understand why those who do would be excited about them. “), come potesse pensare di cambiare il sistema, visto che non ne fa parte attivamente.

Questa idea, che solo colui che attivamente partecipa alla vita politica possa indirizzarla nella giusta direzione, contiene una sorta di classismo, che vede il cittadino come mera entità passiva, schiava degli eventi. E diversamente non potrebbe essere, poiché per modificare la realtà bisognerebbe attivarsi. Un passaggio logico che ne consegue, sempre se si segue questa idea, é che il cittadino che si lamenta della fallacità del sistema, o della sua inefficienza, non avrebbe il diritto di farlo: se realmente lo volesse, dovrebbe attivarsi, e lavorare ed impegnarsi per il cambiamento.

Una critica, forse la prima che viene in mente, che si può muovere a questa teoria é che, col voto, il cittadino svolge un ruolo attivo (non si parla forse di elettorato attivo?) nella vita politica del paese, scegliendo i propri rappresentanti. E infatti è questo, che in teoria, dovrebbe accadere: il cittadino sceglie, tra le parti politiche, quello che meglio si adatta ai propri ideali, in un processo quasi bottom-up. Ma, se si ascolta quello che la gente dice al riguardo dei politici, il processo pare tutt’altro che bottom-up, o con lamentele su come i rappresentanti politici in realtà non rappresentino per nulla l’idea del cittadino, o mediante argomentazioni, da parte di quest’ultimo, sulle motivazioni per cui ha attribuito il voto a questo o quel politico, che rasentano l’irrazionalità. Spesso, il primo tipo di persone sono quelle più restie al votare, e sono attaccati dalle seconde con la motivazione precedentemente addotta, ossia che col voto potrebbero cambiare, nella direzione che meglio vorrebbero, la politica.

Personalmente, ritengo errata sia l’idea che chi non partecipa attivamente non abbia realmente la forza di cambiare, sia l’idea che il voto in sé possa portare a sua volta a cambiamenti.
Sono entrambe errate perché trascurano un dettaglio non da poco: l’informazione. Se i cittadini sono bene informati, infatti, contribuiscono indirettamente al miglioramento del sistema anche se non fanno parte dell’elettorato passivo in quanto, a livello teorico, se tutti i cittadini fossero ben informati e avessero le stesse informazioni in possesso dei politici, questi ultimi non potrebbero sfruttare l’informazione asimmetrica, ovvero la quantità maggiore in loro possesso, a loro vantaggio. Tale asimmetria non é colmabile, ma meno divario c’é meno possibilità d’avvantaggiarsene esistono. Questa é il motivo per cui anche l’idea del solo voto come mezzo per modificare il sistema é fallace: il voto “ignorante” non fa bene e non porta a nulla, perché i politici sfruttano la mancanza di nozioni a proprio vantaggio.

La costituzione dice che il voto é dovere civico. Il buon senso, invece, dice che l’informarsi prima di votare sia un dovere ancor più importante.

Le economie avanzate devono puntare sulla privatizzazione.

Secondo (e ultimo) pezzo che ho scritto durante il soggiorno francese, ma che può essere considerato attuale (da me, almeno, da voi probabilmente no, ma chissefrega, il blog è mio :P ). Anche in questo caso non ho avuto voglia di tradurlo. Come sempre, insulti e critiche sono bene accetti oltre che richiesti. Baci

Take a look at this article on the WSJ, written by Barro and Redlick, on whether stimulus spending works or not.
An interesting part is:
“Our research also shows that greater weakness in the economy raises the estimated multiplier: It increases by around 0.1 for each two percentage points by which the unemployment rate exceeds its long-run median of 5.6%. Thus the estimated multiplier reaches 1.0 when the unemployment rate gets to about 12%.”

From which I assume this (seems quite obvious, though):
If we divide the life of a state in 2 periods, 1) early stage with a not yet developed economy;
2) advanced stage, with a developed economy,
then government policies should be interventist in the 1st stage, as not developed countries are usually characterized by high unemployment rate (that was used as proxy of gov’t intervention’s effects), with everithing that is economically associated with it and, in the 2nd stage by liberalist e less interventist policies, as the ineffectivity of the latter, explained statistically by the proxy, are explained theorically (I guess) by the accuracy of informations needed to succeed in an advanced economy,which as Mises, Hayek et al. explain are not reachable by states. Countries like Italy (random choice :) ), characterized by high government presence in the economy, and serious waste of money in the distribution functions, high corruption, etc. are a proof of the validity of this thesis. The costs of maintaining this system have become too high compared to the revenues (the opposite was true at the early stages). So a policy aimed at reducing government presence in the economy should be encouraged, to grant the economical viability of the state, and employ taxpayers’ money in a more productive way.

Le sovvenzioni all’editoria Italiana sono causa della scarsa qualità del servizio?

La frase di chiusura del post precedente mi ha fatto pensare al perché i nostri giornali siano così arretrati rispetto ai colleghi furesti: la risposta che mi son dato è questa, ossia che all’estero non mi pare ci siano sussidi per le testate giornalistiche. Essendo il mercato dell’informazione cartacea in (neanche tanto) lenta discesa, mentre l’informazione on line in mega ascesa, i vari giornali si sono dovuti adeguare. La competizione per la supremazia ha fatto il resto: ottimi servizi, ottima informazione, etc. Insomma, semplicemente quello che il mercato dovrebbe fare naturalmente. Nel bel paese, ovviamente, questa pressione al miglioramento del servizio via web dettata dalla necessità non esiste, perché tanto ci sono i sussidi. Ancora una volta si può vedere come l’ingerenza statale faccia più male che bene ai consumatori, e come sia necessario un ridimensionamento del raggio d’azione delle amministrazioni pubbliche.

E’ bastato un giro su gugol per trovare evidenze (che brutto calco questa parola..) a conferma della mia tesi. Tanto per cambiare, le ho trovate su NoiSeFromAmerika, precisamente qui:

una buona fetta del finanziamento pubblico all’editoria (il 69%) avviene attraverso gli sconti postali, e viene elargita in gran parte ai maggiori editori.

Tutto quadra! All’estero si disinveste dal cartaceo, perché produce ingenti costi, per puntare sull’on-line, da noi invece gli sconti postali permettono di eliminare una buona fetta di costi, disincentivando la competizione via web in quanto non necessaria.
W l’Italia.

In quel bell’articolo si trova anche una teoria, che pare anche adeguata, che spiega come mai l’informazione sia così schifosa:

Per esempio, Mondadori, Il Sole 24 ore e Rcs si accaparrano da soli il 29% di questi sconti, che corrispondono ad un totale per questi tre editori di più di 50 milioni di euro. Ricavo questi dati da un interessantissimo documento dell’antitrust segnalato tempo fa dal lettore altikkun (maggiori dettagli a pagina 25 e seguenti del documento).

Questi dati indicano che una buona fetta delle sovvenzioni all’editoria viene elargita ad un oligopolio, ottenendo l’esatto contrario del pluralismo. Un oligopolio che può solo trarre giovamento dalla limitazione del pluralismo e della libertà di informazione. Un oligopolio di cui fa parte anche il gruppo editoriale Espresso-Repubblica, su uno dei cui sovvenzionati giornali scrive Gilioli. Quindi il Gilioli, prima di inventarsi interviste, farebbe bene a documentarsi per capire quanto effettivamente le elargizioni pubbliche vengano spese per garantire il “pluralismo dell’editoria” piuttosto che per alimentare le solite clientele.

Della serie “se vuoi pranzare alle grigliate da Tojo, non rompere le scatole a chi sta alla griglia”.
W l’Italia.

PS ho scoperto la funzione “blockquote” di wordpress.

Ahh, l’europa unita!

Fa sorridere (per non piangere, beninteso) vedere le reazioni nostrane allo sciopero di più giorni da parte di un migliaio di lavoratori inglesi, che protestano contro il licenziamento di lavoratori inglesi e l’assunzione di stranieri. Il tutto sotto lo slogan british jobs for british workers (slogan comunque citato dallo stesso Gordon Brown qualche anno fa), il quale ci da un vago ricordo di slogan nostrani, e ci fa capire che tutto il mondo è, ahynoi, paese.

Le pressioni protezionistiche da parte dei gruppi di potere locali, l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno per riequilibrare lo sbilancio commerciale, cominciano a farsi sentire. Speriamo che i governi continuino a non ascoltarle.