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Belluno e i disagi della neve

Prendo spunto da due articoli, questo e questo, usciti sui giornali bellunesi ieri, oltre che da svariati commenti su facebook. In pratica, ha destato indignazione il fatto che l’amministrazione comunale abbia comprato 100 badili per la neve, a disposizione dei cittadini per eventuali necessità.

Le reazioni dei miei concittadini, captate nel mondo virtuale, sono state perlopiù negative. Alcune frasi a caso:

  • i cittadini potrebbero anche asfaltarsi le strade da soli se è per quello
  • ma a cosa serve pagare le tasse se poi i servizi sono self service??????
  • Con le tasse che paghe i dovarie lustrarme anca i zebedei…!!
  • A prescindere dal fatto in sè, risposte come queste dimostrano ancora una volta da una parte come sia carente, nel cittadino medio, una base culturale economica, mentre dall’altra come sia totalmente scomparsa la cultura liberale della responsabilità del cittadino, sostituita da una macabra involuzione di matrice collettivista del “tutto mi è dovuto”.

    Innanzi tutto, contestualizziamo. La città di Belluno è un comune di montagna, per cui “a rischio nevicata”. La gente si è lamentata assai per la poca efficacia del sistema di pulizia delle strade nei giorni di neve anche se, a onor di cronaca, episodi di paralisi come quelli verificati ad esempio a Milano, non si sono visti. A prescindere da questo, è successo che tratti di strada non fossero stati spalati, che marciapiedi non fossero stati puliti, e che la neve fosse “ingrumata” qua e la. Questo è, all’occhio del cittadino, un disservizio. Il problema è che non basta una o due o tre o quattro strade innevate per definire un servizio come non prestato, così come non bastano dieci/cento/mille strade pulite per definirlo prestato. Ma, per il cittadino, il fatto che la strada da lui praticata sia stata, in realtà, impraticabile, è condizione sufficiente per bocciare la qualità di una prestazione. Il problema è che le aspettative dei cittadini non tengono conto dei vincoli imposti dalla scarsità dei mezzi: mezzi-autoveicoli, mezzi-personale, mezzi-budget, etc. Soprattutto il mezzo-budget, meglio chiamato vincolo di bilancio, pare non essere preso per nulla in considerazione dall’utente medio, il quale, quando glielo si fa notare, risponde tendenzialmente con un “io pago le tasse, quindi…”. L’organo politico il quale non fornisca un servizio considerato adeguato, quindi, è trattato come inetto, come se lo facesse apposta a non dare una prestazione di qualità.
    Invece, per la scarsità di risorse, come per tutte le scelte, la gestione dell’emergenza-neve è da considerarsi scelta economica. Che, data la continuità dell’evento, e l’impossibilità di mantenere strade al 100% pulite, comporta necessariamente l’insoddisfazione di una parte dell’utenza. Ad esempio, la notte della Befana ero con un illustre amico, che a fine serata ho accompagnato a casa. Era circa mezzanotte, ed aveva iniziato a nevicare da una mezzora, oltre al fatto che la neve scendeva copiosa, e la strada era alquanto sdrucciolevole anche con le lamellari. Avrebbe avuto senso intervenire con i mezzi? No di certo, perché a) l’utenza serale non è sufficientemente numerosa, b) ora della mattina sarebbe tornata a ricoprire il tutto.
    La scelta di rimandare al mattino, però, ha comunque delle conseguenze, perché la neve si è accumulata, perché i mezzi essendo limitati non possono essere ovunque a pulire (scontato ma spesso dimenticato), etc.
    Insomma, per le questioni di scarsità di cui sopra, comunque la si metta, la neve produrrà sempre e comunque problemi. Ossia, non è possibile ridurre a 0 i disagi. Per cui, la valutazione del successo non può più basarsi su una scala oggettiva (strade praticabili come quando non nevica), ma giocoforza il risultato massimo deve essere riscalato tenendo conto dell’impossibilità di una riuscita del 100% (ovvero, includendo nel processo valutativo la coscienza della necessaria presenza di disagi). Per ovviare ai disagi, ribadisco, sarebbero necessari più mezzi, più uomini e quindi più spesa. Cosa che non porrebbe alcun problema, se non ci fosse il vincolo di bilancio, ossia la scarsità di fondi.

    Tirando le somme, i mezzi sono scarsi, le risorse sono scarse e costose. per questo gli interventi non possono avere copertura del 100%, e le scelte gestionali devono tenere conto anche di questo. quale danno ne è derivato dall’inefficienza? sbattimenti di palle, ritardi etc, ma niente di economicamente rilevante. ha senso mandare in giro gli spalaneve alle 2 di notte di un lunedì sera quando ha iniziato a nevicare a mezzanotte? no, perché l’utenza tra le 2 e 6 non è tale da giustificare migliaia di euro di spesa, che poi continua a nevicare e tutto diventa vano (e sprecato). Accusatemi pure di essere schiavo della moneta, ma se lo fate vi prego di illustrarmi una via alternativa con cui mandare avanti uno stato. Di sicuro non le belle parole.

    Contro il protezionismo

    Qui di seguito incollo una mail che ho scritto a un giornale locale, in risposta a una lettera di un signore che accusava i sindacati di “non aver aiutato Bossi quando diceva mettiamo i dazi sulla merce che arriva dall’Asia”, e “Non possiamo fare concorenza a Paesi dove lavorano bambini e carcerati,[...], blocchiamola questa importazione”

    Il signor XXX sbaglia nel ritenere i dazi sulle esportazioni cinesi una soluzione alla crisi. Lo pensava anche il Presidente USA Hoover quando varò una serie di misure protezionistiche per contrastare la crisi del ‘29, tra cui lo Smoot-Hawley Act del ‘30, con cui aumentò le tariffe doganali. Questa illuminazione innestò una spirale di protezionismo globale che aggravò la grande depressione, gettando le basi per la seconda guerra mondiale. Lungi dall’affermare che tale politica, qualora attuata dall’Italia, possa avere un effetto lontanamente paragonabile, dato il rachitismo della nostra economia (precisiamo che abbiamo sorpassato l’Inghilterra grazie alla svalutazione della Sterlina, quindi in termini nominali, non reali), é bene comunque ricordare come il protezionismo sia una politica che sussidia i produttori a danno del consumatore (si rendono più costosi i beni importati), e che danneggia l’industria stessa (pensiamo ai produttori di semilavorati), diminuisce l’efficienza e l’innovazione economica. E’ un caso che i regimi totalitari abbiano assunto posizioni protezioniste?
    Inoltre, con che coscienza possiamo accusare i paesi emergenti dell’impiego di donne o bambini per la produzione, essendo questa una pratica che ha contribuito enormemente alla manifattura della fù Serenissima fino al 1800, mentre il lavoro domestico delle donne (perlopiù in nero) é stato alla base del “nord est che produce”? Se anche fossimo “puliti”, e per assurdo i dazi non ci danneggiassero, ciò limiterebbe la produzione cinese, e quei lavoratori sfruttati si troverebbero senza lavoro. Non penso che ci ringrazierebbero per averli salvati dalla “schiavitù”. Smettiamo di mascherare la nostra paura della competizione con falso moralismo, rimbocchiamoci le maniche e accettiamo la sfida globale. La stessa sfida che ci ha visti vincenti negli anni ‘60 e ‘70. Lasciando però il protezionismo nel capitolo “Cause della Crisi” nei libri di storia economica.

    Le sovvenzioni all’editoria Italiana sono causa della scarsa qualità del servizio?

    La frase di chiusura del post precedente mi ha fatto pensare al perché i nostri giornali siano così arretrati rispetto ai colleghi furesti: la risposta che mi son dato è questa, ossia che all’estero non mi pare ci siano sussidi per le testate giornalistiche. Essendo il mercato dell’informazione cartacea in (neanche tanto) lenta discesa, mentre l’informazione on line in mega ascesa, i vari giornali si sono dovuti adeguare. La competizione per la supremazia ha fatto il resto: ottimi servizi, ottima informazione, etc. Insomma, semplicemente quello che il mercato dovrebbe fare naturalmente. Nel bel paese, ovviamente, questa pressione al miglioramento del servizio via web dettata dalla necessità non esiste, perché tanto ci sono i sussidi. Ancora una volta si può vedere come l’ingerenza statale faccia più male che bene ai consumatori, e come sia necessario un ridimensionamento del raggio d’azione delle amministrazioni pubbliche.

    E’ bastato un giro su gugol per trovare evidenze (che brutto calco questa parola..) a conferma della mia tesi. Tanto per cambiare, le ho trovate su NoiSeFromAmerika, precisamente qui:

    una buona fetta del finanziamento pubblico all’editoria (il 69%) avviene attraverso gli sconti postali, e viene elargita in gran parte ai maggiori editori.

    Tutto quadra! All’estero si disinveste dal cartaceo, perché produce ingenti costi, per puntare sull’on-line, da noi invece gli sconti postali permettono di eliminare una buona fetta di costi, disincentivando la competizione via web in quanto non necessaria.
    W l’Italia.

    In quel bell’articolo si trova anche una teoria, che pare anche adeguata, che spiega come mai l’informazione sia così schifosa:

    Per esempio, Mondadori, Il Sole 24 ore e Rcs si accaparrano da soli il 29% di questi sconti, che corrispondono ad un totale per questi tre editori di più di 50 milioni di euro. Ricavo questi dati da un interessantissimo documento dell’antitrust segnalato tempo fa dal lettore altikkun (maggiori dettagli a pagina 25 e seguenti del documento).

    Questi dati indicano che una buona fetta delle sovvenzioni all’editoria viene elargita ad un oligopolio, ottenendo l’esatto contrario del pluralismo. Un oligopolio che può solo trarre giovamento dalla limitazione del pluralismo e della libertà di informazione. Un oligopolio di cui fa parte anche il gruppo editoriale Espresso-Repubblica, su uno dei cui sovvenzionati giornali scrive Gilioli. Quindi il Gilioli, prima di inventarsi interviste, farebbe bene a documentarsi per capire quanto effettivamente le elargizioni pubbliche vengano spese per garantire il “pluralismo dell’editoria” piuttosto che per alimentare le solite clientele.

    Della serie “se vuoi pranzare alle grigliate da Tojo, non rompere le scatole a chi sta alla griglia”.
    W l’Italia.

    PS ho scoperto la funzione “blockquote” di wordpress.

    Luxuria all’isola dei famosi

    …spero metta un pareo, o che gli facciano inquadrature almeno dalla vita in su. O che usi un costume a pantaloncino.

    risanamenti

    Parlando con rimanenti sostenitori del governo Prodi, uno degli argomenti tirati più in ballo è quello del risanamento dei conti pubblici che, a detta loro, è stato effettuato dal fuit governo. Ma io mi chiedo, se un risanamento dei conti è avvenuto, com’é che il premio per il rischio dei titoli di stato è salito per un pò ai massimi dagli anni 90 (nonostante l’euro, che dire che ci fa da cuscinetto è un eufemismo)? Al nostro fondoschiena, come sempre, l’ardua sentenza.